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Venerdì, 20 Giugno 2014 09:57

Quando il Corpo chiede aiuto: l'importanza di un approccio integrato tra medicina e psicologia

Scritto da Cosimina La Corte
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In questo articolo improntato sulla psicosomatica si affronta nello specifico la necessità di comprendere i disagi del corpo sia in chiave medica che psicologica.

di Cosimina La Corte

 

La Psicosomatica è una branca della Psicologia che nasce negli anni ’20 del 900 nel Nord America tra i medici di ispirazione psicoanalitica e si occupa di elaborare ipotesi psicologiche su disturbi fisici associati a specifiche alterazioni anatomo-patologiche. Si sviluppa come tentativo di riportare in primo piano l’importanza di fattori emozionali, relazionali, sociali nel determinare la salute e la patologia dell’essere umano. La diffusione del modello biomedico, che assume che la malattia sia completamente spiegata dalla deviazione rispetto alla media di variabili biologiche misurabili, non lascia, infatti, spazio alle dimensioni sociali, psicologiche e comportamentali della malattia.

L’orientamento della psicosomatica contemporanea è di adottare un modello unitario corpo/mente che viene esteso a tutta la patologia somatica eliminando qualunque distinzione tra malattie psicosomatiche e non, come veniva concepito inizialmente, e tende a studiare l’effetto sulla salute di situazioni intrapsichiche, relazionali, sociali piuttosto che occuparsi di singole patologie. In una visione unitaria, si giunge a ridefinire l’origine della patologia somatica non più sulla base di un influsso della mente (portatrice di un conflitto) sul corpo ma si ritiene che un funzionamento mentale carente, in particolare nell’area dell’elaborazione e della comunicazione delle emozioni, comprendente anche un’incapacità di sperimentare ed esprimere un disagio a livello mentale, possa far si che un problema di relazione con il mondo si esprima nel corpo.

Tale espressione di disagio può indicare sia un’incapacità del soggetto di rivelare il disagio in un altro modo, sia un primo tentativo di dargli significato.

Per questo motivo molti di noi, quando avvertono un malessere fisico, si recano dal proprio medico di base. Numerose ricerche hanno mostrato che almeno il 50% delle richieste che pervengono a tali medici manifestano un disagio di tipo relazionale/esistenziale più che un problema somatico. A questo punto cosa potrebbe succedere?

Il sintomo fisico del soggetto porta il medico a prescrivere analisi cliniche, accertamenti vari e ad entrare in contatto con altri medici. Può succedere che non venga riscontrata alcuna malattia ma il malessere fisico continui ad essere persistente. Ciò può portare il soggetto a provare diffidenza nei confronti del medico e dei vari specialisti che non sono stati in grado di comprendere la causa dei suoi disturbi o può ottenere una diagnosi e un trattamento fittizi che, perlomeno, consentono di dare un nome al suo disagio. Di cosa avrebbe bisogno il paziente?

Per dare una risposta adeguata bisognerebbe:

  • Cogliere il significato comunicativo dei sintomi offerti dal paziente;
  • Cogliere i nessi di questi con le dinamiche relazionali/sociali/transgenerazionali del paziente;
  • Cogliere i nessi con il momento del ciclo di vita del paziente;
  • Tenere le fila del rapporto con i diversi specialisti.

A tal proposito un’iniziativa interessante realizzata nel Lazio, relativa alla presenza dello psicologo nell’assistenza primaria, è quella avanzata nel 2000 dalla scuola di specializzazione in Psicologia della salute dell’Università di Roma “La Sapienza”. Negli studi di medicina generale che hanno aderito all’iniziativa è cominciata una collaborazione tra il medico di base e lo psicologo con una “co-presenza” settimanale.

L’obiettivo del progetto è quello di sforzarsi di dare un senso in ogni caso al disturbo portato dal paziente, sia nella sfera psichica che in quella somatica, considerando la sua situazione relazionale e di ciclo di vita.

Il tentativo è quello di porsi come consulente per tutti in modo da eliminare il pregiudizio sociale nei confronti di chi si rivolge ad uno psicologo e di approcciare le situazioni in termini di problemi da risolvere e non di patologie da identificare, promuovendo risorse personali e ambientali.

L’iniziativa è spiegata ai pazienti attraverso un cartello, esposto in sala d’attesa, che chiarisce la possibilità, ove lo si desideri, di essere ricevuti solo dal medico di base.

Il ruolo dello psicologo, presente nello studio medico, è quello di:

  • accogliere con il medico ogni richiesta;
  • prestare attenzione al contenuto della richiesta del paziente e al modo di instaurare la relazione;
  • svolgere interventi esplorativi-chiarificatori sui problemi portati, sulla vita personale e lavorativa del paziente;
  • discutere con il medico i vari casi;
  • fare degli incontri (da 1 a 5), all’interno dell’ambulatorio ma in orari diversi dalla co-presenza, quando emergono tematiche non più solo di competenza fisica ma di chiara competenza psicologica (es. un conflitto coniugale, un problema di svincolo di un adolescente);
  • inviare ad uno specialista della salute mentale, presso strutture pubbliche o private, nel caso in cui emerga la necessità di un trattamento psicologico a lungo termine.

Ma quali sono i vantaggi della presenza di uno psicologo accanto ad un medico di base?

Innanzitutto, è possibile:

  • garantire un accesso diretto ad uno psicologo a tutta la popolazione che si rivolge al medico di base;
  • intervenire in una fase iniziale del disagio, in cui non si sono organizzate malattie gravi e croniche sul piano somatico o organizzazioni intrapsichiche fortemente limitanti una realizzazione ottimale dell’individuo;
  • offrire un ascolto che prenda in esame, oltre alla condizione biologica, anche la situazione relazionale, intrapsichica, di ciclo di vita del paziente, inquadrando il sintomo non come qualcosa da eliminare, ma come un segnale d’allarme, un movimento evolutivo, un attivatore di risorse rispetto ad una situazione di vita problematica ed insoddisfacente, offrendo un contenitore adeguato;
  • riconoscere quando il sintomo somatico si propone come primo tentativo di espressione di nuclei di esperienza dissociata fino a quel momento, presenti nella memoria soltanto in forma implicita, sub-simbolica, inconscia, comunque non accessibile, come nel caso dell’alessitimia;
  • vantaggi derivati dal rapportarsi a due referenti per quei pazienti che presentano un attaccamento di tipo disorganizzato i quali, nel momento in cui attivano un interesse per la figura di aiuto, in questo caso il medico, attivano anche una reazione di fuga;
    integrare le competenze tra psicologia e medicina;
  • limitare la spesa sanitaria pubblica per analisi cliniche e visite specialistiche, nella misura in cui queste derivino da un tentativo di lettura di ogni tipo di disagio all’interno di un modello esclusivamente biologico.

Attualmente non esiste alcun riconoscimento dello psicologo di base all’interno del sistema sanitario nazionale. E’ stata, però, avanzata una proposta di legge di iniziativa parlamentare (il 16 febbraio 2010), ma essa risulta vaga, generica e senza alcun sostegno da parte del governo.

Lo psicologo, all’interno dello studio medico, svolge un lavoro in complementarietà ed integrazione con il medico, che consente di cogliere elementi della domanda diversi da quelli che, in genere, il medico è abituato a leggere, coerentemente con la propria formazione.

BIBLIOGRAFIA

Bucci, W. (1997b). Symptoms and symbols. A multiple code theory of somatization. Psychoanalytic Inquiry, 17, 151-172.

Carli, R. (1997). L'analisi della domanda rivisitata. Psicologia Clinica, n.1, 5-21.

Katon, W. (1985). Somatization in primary care. Journal of Family Practice, 21: 257-258.

Solano, L. (2011). Dal sintomo alla persona. Medico e psicologo insieme per l’assistenza di base. Milano: Franco Angeli.

Tommasoni, M., Solano, L. (2003). Una base più sicura. Esperienze di collaborazione diretta tra medici e psicologi. Milano: Franco Angeli.

Letto 2847 volte Aggiornato: Sabato, 18 Giugno 2016 11:46
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