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Domenica, 20 Giugno 2010 21:31

Il minore tra famiglia di origine e famiglia affidataria

Scritto da Simona Ruffini
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In Italia l'affidamento familiare è regolamentato dalla Legge 184/1983, che è stata successivamente modificata dalla Legge 149/2001 e può essere consensuale se è condiviso e approvato dai genitori, giudiziale se viene disposto dall’Autorità Giudiziaria.

 

L’affidamento consiste nell’allontanamento temporaneo del minore dalla propria famiglia di origine quando la stessa non riesce ad offrirgli le cure adeguate poiché sta attraversando un momento di difficoltà (difficoltà educative e/o genitoriali, malattia, carcerazione, ospedalizzazioni, ecc.) e prevede l’inserimento del minore o in una famiglia con figli minori, o presso un single o in una comunità familiare.

Esso è caratterizzato dalla temporaneità, in quanto consiste in un allontanamento temporaneo che permette alla famiglia di origine di recuperare le risorse personali o materiali che consentono al figlio di rientrare in casa; dal mantenimento dei rapporti con la famiglia d'origine, ossia la possibilità per i bambini in affido di incontrare i genitori, secondo tempi e modalità favorevoli per entrambi; e dal rientro del minore nella propria famiglia d'origine dopo aver accertato che sono state superate le difficoltà che hanno prodotto l’affido. Sia l’inserimento nella famiglia affidataria, sia il rientro del minore nella propria famiglia devono essere realizzati con passaggi graduali che consentano al bambino di affrontare senza troppo disagio il distacco e l’avvicinamento ai due ambiti familiari.

Le difficoltà che si trova ad attraversare una famiglia possono essere più o meno gravi e quindi risolvibili in un tempo più o meno lungo. Per questo esistono diversi tipi di affido:
• per parte della giornata o della settimana, quando i genitori non possono assicurare una presenza costante accanto ai loro figli;
• Per un tempo breve e prestabilito dopo il quale il bambino rientra in famiglia, ad esempio il ricovero in ospedale del genitore;
• Per un tempo prolungato: è la soluzione di affidamento più problematica, in quanto non si può stabilire a priori la durata precisa; ma è solo possibile progettare l’affidamento per un certo tempo e verificare di volta in volta se è attuabile il rientro oppure se bisogna ricercare altre soluzioni.

L’affidamento è processo molto delicato in cui bisogna tener presente i vissuti del bambino, della famiglia di origine e della famiglia affidataria; infatti, è necessario il supporto da parte di psicologi, pedagogisti e psicologi giuridici, sia nel preparare la famiglia affidataria a svolgere il proprio ruolo sia nell’offrire sostegno alla famiglia di origine per garantire il buon esito del progetto.

Il suo scopo non è quello di mettere in competizione la famiglia "cattiva" (quella d'origine) e la famiglia"buona" (quella affidataria), ma quello di far vivere il bambino in una rete relazionale di aiuto per sé e la sua famiglia. Non è sufficiente che la famiglia affidataria sia solidale con il minore ma deve essere informata, formata e sostenuta ad intraprendere un percorso con il minore. Essa deve essere assistita in un compito così delicato che prevede un investimento emotivo e nello stesso tempo un lasciare andare il minore dopo averlo amato e curato. Dall'altra parte anche la famiglia d'origine non può essere lasciata sola con i suoi problemi, e senza il figlio; infatti, poiché questo è un intervento a favore del minore e della sua famiglia, i servizi sociali devono intervenire aiutando a comprendere e poi a risolvere i problemi che hanno causato l'allontanamento temporaneo del figlio.

Spesso le due famiglie (quella naturale e quella affidataria) entrano in competizione tra loro e sviluppano un senso di possesso del minore. In questo modo, la famiglia biologica vive l'affido come un'espropriazione del bambino, mentre gli affidatari vedono la collaborazione dei genitori di origine come una modalità di intrusione nel compito che sono tenuti a svolgere (Dell'Antonio 1989). In questo caso il bambino vive un forte disagio in quanto "La scelta di famiglia che gli viene sostanzialmente richiesta... non lo aiuterà a uscire dal suo disagio, ma lo caricherà di problemi di lealtà, di sensi di colpa e di timori di abbandono" (Dell'Antonio 1989).
Per fare sì che il minore viva l’esperienza dell’affido in modo “non molto traumatico” bisogna collegare tra di loro i vari servizi esistenti nel territorio, coordinare l'impegno di operatori con capacità professionali, i quali diano ascolto ai problemi emotivi ed affettivi del minore e lo aiutino, nel periodo dell'affidamento, alla presenza di doppie figure genitoriale, gli affidatari e i genitori naturali.

Quando il minore entra nella famiglia affidataria, la situazione è complessa perché trovandosi in un contesto nuovo, tende a vivere l'esperienza dell'affido come un vero e proprio lutto. La difficoltà maggiore (per il bambino) consiste non solo nel dover accettare la perdita della figura materna ma soprattutto nel dover riorganizzare il comportamento di attaccamento e dirigerlo verso nuove figure (Bowlby 1973).

Per questi motivi la famiglia affidataria, per poter accogliere al suo interno un bambino con vissuti abbandonici dovrebbe avere una struttura sufficientemente salda e non interpretare il comportamento del minore come ostile nei suoi confronti.

L’affido, come già detto, è un processo molto delicato che genera nel minore, nella famiglia di origine e nella famiglia affidataria dinamiche molto complesse,; proprio per questo esso deve essere effettuato nel modo più corretto possibile e gli operatori psicosociali dovrebbero considerare l'allontanamento del minore dalla propria famiglia come “extrema ratio” cioè come ultima soluzione.

Bibliografia
Bowlby J. (1973), Separation anxiety and anger, London, Hogart Press; trad. it. La separazione dalla madre, Boringhieri, Torino, 1978.
Dell'Antonio A. (1989), La consulenza psicologica per la tutela dei minori, La Nuova Italia Scientifica, Roma.

Letto 4892 volte Aggiornato: Sabato, 18 Giugno 2016 11:43
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