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Il gioco d’azzardo
patologico
Versione integrale dell’articolo
pubblicato sul numero di ottobre 2006 della rivista “Io
sono”
Negli ultimi vent’anni, accanto alle problematiche relative
all’uso ed abuso di sostanze stupefacenti, si è manifestata
la proliferazione di dipendenze cosiddette senza droghe
o non chimiche, che sono man mano diventate uno dei massimi
rappresentanti della psicopatologia moderna e postmoderna;
il computer, internet, il sesso, il gioco, gli acquisti,
il lavoro e la sfera affettiva sono elementi legalizzati
della società che talvolta smettono di svolgere il loro
ruolo sociale per “incastrare” e schiavizzare l’essere umano.
All’interno di questo gruppo, la dipendenza da gioco è
l’unica dipendenza senza uso di droghe riconosciuta
dalla nosografia psichiatrica ufficiale e collocata nell’ambito
dello “spettro” dei disturbi impulsivo-compulsivi. Essi
sono caratterizzati dall’impossibilità di resistere ad un
impulso, ad un desiderio impellente o alla tentazione di
compiere un’azione pericolosa per sé e per gli altri, che
dà luogo ad una serie di comportamenti ripetitivi o azioni
mentali il cui obiettivo è quello di prevenire o ridurre
l’ansia o il disagio, e non quello di fornire piacere o
gratificazione.
Ma prima di entrare nella psicopatologia è necessario precisare
che per il gioco vale ciò che è vero per tutte le forme
di dipendenza e cioè che è necessario conoscerne i ruoli
e le funzioni normali, sia sul piano sociale
che individuale, per poter comprendere la dinamica dell’addiction.
Le dipendenze infatti riguardano quei campi dell’attività
umana che furono oggetto di culti e di riti e che solo successivamente
produssero le prescrizioni e gli interdetti per imporne
il controllo. Il gioco e lo stesso gioco d’azzardo rientrano
innanzi tutto nel campo delle attività ricreative e rappresentano
un’attività necessaria tanto per l’equilibrio sociale che
per quello psicologico degli individui. Si tratta di un’
“altra scena”, dotata di tempi e spazi propri, in cui il
soggetto si sottrae ai vincoli del principio di realtà;
la realtà che si contrappone al gioco è quella delle costrizioni
imposte dal lavoro e dalle gerarchie, dalle responsabilità
e dalla famiglia. Ma, tra il gioco e la realtà c’è un nesso
di esclusione reciproca e se il gioco esce dalla sua
cornice e sconfina nella realtà si producono delle degenerazioni
che possono causare delle patologie, o meglio delle dipendenze.
La libertà è infatti un elemento costitutivo e fondamentale
della pratica del gioco; il gioco deve cioè potersi interrompere
per lasciare il posto allo spazio di realtà e qualora si
instauri invece una costrizione ludica, essa segnerà la
fine del gioco stesso.
Riteniamo utile per comprendere il fenomeno dell’addiction
centrare l’attenzione sul momento in cui un determinato
comportamento, come il gioco per l’appunto, invade l’intera
esistenza del soggetto, al punto di impedirgli di svolgere
qualsiasi altra attività: l’oggetto della dipendenza diventa
il fulcro attorno al quale ruota la vita della persona fino
a definirne l’identità.
Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di
alea, una scommessa cioè su ogni tipo di evento ad esito
incerto, in cui il caso determina l’esito stesso. La scommessa
diventa un rifugio della mente (Steiner), uno spazio immaginario
dove poter creare il mondo che si desidera. La letteratura
psicodinamica sul gioco è molto vasta; ci sembra interessante
il contributo di Bergler che nel suo Psicologia del giocatore
si è soffermato su quel “desiderio inconscio di perdere”
che permette al soggetto di mantenere il suo equilibrio
psichico. Un altro aspetto importante da sottolineare ci
sembra quello dell’imprevedibilità del risultato come attrattiva
più forte del gioco, in quanto spinge a giocare per l’illusione
di controllare l’incontrollabile. Questo atteggiamento è
sicuramente conseguenza di un forte senso di debolezza nei
confronti della realtà.
Il Pathological gambling è stato ufficialmente inquadrato
come categoria diagnostica a partire dal 1980 e sono stati
individuati alcuni sintomi che conducono alla definizione
del soggetto come giocatore patologico. Questi sintomi vanno
a delineare un quadro in cui la persona diventa man mano
sempre più coinvolta nel gioco, irritabile ed irrequieta
qualora tenti di interromperlo,ha bisogno di giocare somme
di denaro sempre maggiori, comincia a mentire in famiglia
ed agli altri per nascondere il grado di coinvolgimento
in quest’attività, fino ad arrivare agli estremi di commettere
azioni illegali pur di giocare e di mettere a rischio sia
le relazioni che il lavoro.
Il quadro è quindi quello di una perdita di controllo sempre
maggiore che ha tutte le caratteristiche che ritroviamo
anche nella classica dipendenza da sostanze stupefacenti.
In Italia il gioco legale ed illegale muove una cifra calcolata
intorno ai 25 miliardi di euro; l’80% degli italiani dedica
qualche attenzione all’azzardo e nel 3% dei casi il gioco
è patologico.
Ma come si diventa giocatori patologici? E’ molto difficile
stabilire una netta demarcazione tra giocatore patologico
e giocatore sociale, il processo è lento, insidioso e caratterizzato
da fasi diverse. L’inizio è caratterizzato dal gioco occasionale,
spesso consumato in compagnia di amici e familiari e dal
fatto che i giocatori vincono più spesso di quanto perdano;
a questo si aggiunge di solito una grossa vincita che istilla
nel giocatore l’idea di essere più abile di altri. Si comincia
così ad investire sempre più tempo e denaro nel gioco e
si passa alla fase successiva che è invece caratterizzata
da un aumento delle perdite. Il giocatore torna spesso a
scommettere nel tentativo di recuperare il denaro perduto,
comincia a chiedere prestiti e si indebita sempre di più
passando così ad una fase di disperazione forte esaurimento
fisico e psichico.
La fase finale è quella della perdita della speranza in
cui si possono trovare crisi familiari, divorzi, problemi
con la giustizia. Dalla prima all’ultima fase possono purtroppo
trascorrere anche dieci e più anni.
Ci sono sicuramente alcuni fattori di rischio che rendono
alcune persone più vulnerabili alla possibilità di diventare
pathological gamblers.Alcune ricerche hanno dimostrato che
le possibilità aumentano di due volte negli uomini rispetto
alle donne e con livelli più bassi d’istruzione. Sicuramente
la presenza di genitori che hanno avuto problemi col gioco
aumenta il rischio di sviluppare questa patologia come anche
la perdita dei genitori, l’iniziazione al gioco in età adolescenziale,
la non valorizzazione del risparmio da parte della famiglia
d’origine.
Ci sono inoltre alcune caratteristiche di personalità che
possono essere evidenziate, come ad esempio la tendenza
a ricercare il rischio e le esperienze eccitanti ed una
certa irrazionalità del pensiero che porta il giocatore
a sovrastimare le vincite e dimenticare le perdite come
a sopravvalutare le proprie possibilità di successo.
Rispetto alle nuove modalità del gioco d’azzardo
c’è senz’altro da dire che lo sviluppo delle nuove tecnologie
ha segnato la nascita di un nuovo modo di giocare,
solitario, globalizzato, sempre disponibile, con regole
semplici e quindi ad alta soglia d’accesso. I videopoker,
le slotmachine, il bingo, il gioco ondine, essendo accessibili
a tutti e proponendo l’immediatezza del risultato e la velocità
delle partite, aumentano sicuramente la possibilità di perdere
il controllo del confine, rispetto a giochi più antichi
come il lotto, il totocalcio che propongono invece un differimento
nel tempo del gioco stesso.
Quali possono essere le modalità d’intervento nei confronti
di questa forma di dipendenza sempre più diffusa ed insidiosa
e per la quale possono passare tanti anni prima di accettarne
la problematicità? Si può intervenire a diversi livelli:
con la terapia individuale, spesso di indirizzo cognitivo-comportamentale,
con una terapia farmacologia, che prevede la somministrazione
di uno psicofarmaco ansiolitico o betabloccante per ridurre
la crisi di astinenza, oppure si può ricorrere ad una terapia
di gruppo, con l’attivazione di gruppi di auto-aiuto tipo
Gamblers Anonymous.Ci sono inoltre interventi sulla
famiglia diretti sia a sostenere i familiari del giocatore
che a renderli più consapevoli del problema. Esistono infine
programmi terapeutici comunitari, residenziali e semiresidenziali
che fungono da vere e proprie comunità di disintossicazione
dalla dipendenza.
Riteniamo però che sarebbe auspicabile un’informazione più
estesa sui rischi di un’attività che proprio per la sempre
maggiore accessibilità può trasformarsi da sociale a problematica.
In questo senso l’attenzione si sposta agli interventi di
prevenzione con l’obiettivo di ricondurre il gioco ai normali
canoni dell’aspetto ludico, proprio a partire dai luoghi
adibiti alla scommessa.
Questo nell’ottica in cui qualsiasi forma di dipendenza
va vista nell’ambito di un continuum che da manifestazioni
di consumo o comportamento inoffensivi arriva sino
all’utilizzo patologico o abuso.
Dott.ssa Simona Morganti
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